
Qualche giorno fa sono stata al mercato per il mio consueto rifornimento settimanale di frutta e verdura. In mezzo al tripudio estivo e coloratissimo di mercanzia sulle bancarelle ho notato una cassettina minuscola piena di lucidissimi mirtilli di bosco: 20 euro al kg diceva il cartellino del prezzo. Io non riuscivo a staccare gli occhi da quella scritta, che mi è rimasta in testa tutto il santo giorno. Cosa direbbe il mio caro papà sapendo che i mirtilli, proprio quei fruttini che da piccolo l’avevano fatto tanto tribolare, sono oggi una rarità venduta a peso d’oro come “primizia” dei mercati cittadini? Purtroppo non lo posso sapere, però posso raccontare anche a voi la “stagione dei mirtilli” e la raccolta dei piccoli frutti in Valle Gesso.
I fruttini del sottobosco sono da sempre legati all’alimentazione alpina, in genere però, specialmente sopra i 1500 metri s.l.m, è frequente incontrarli nei ricordi dei montanari come giocosa “integrazione” dei pasti d’altura: mirtilli, lamponi e fragoline erano spesso raccolti dai bambini e dalle donne mentre in alpeggio portavano le bestie al pascolo. Questo piccolo diversivo alla custodia degli animali poteva trasformarsi immediatamente in una ghiottoneria da fine pasto: in una scodella con una cucchiaiata di panna i fruttini erano sempre graditissimi dai più piccoli. Oppure, portati a casa, i frutti di bosco diventavano il prezioso ingrediente per “conserve” casalinghe (sarebbe improprio parlare solo di “confetture” perché lo zucchero era un ingrediente costoso e la sua presenza è relativamente recente, mentre esistevano tutta una serie di sistemi per ottenere dei preparati di lunga conservazione da mettere in dispensa per l’inverno).

In Valle Gesso invece i frutti di bosco non erano tanto un’integrazione nutrizionale alla misera dieta quotidiana, quanto più un’importante “integrazione economica” nelle stentate risorse famigliari: come in molte altre vallate del cuneese i piccoli frutti venivano raccolti in maniera sistematica e venduti in paese a commercianti specializzati.


E qui entra in gioco il mio babbo, che, nato a Valdieri nel gennaio del 1942, nell’immediato dopoguerra era un bimbetto alto come un soldo di cacio. Naturalmente ogni estate la sua mamma spediva tutti i suoi figlioli a raccogliere “miòle, muriùn, s’ampe”…compreso Ginetto, che era il quinto dei sei fratellini, e che molto probabilmente era un po’ troppo piccolo per andare di notte su per i monti. In ogni caso alle quattro del mattino, come gli altri, veniva buttato giù dal letto, e assonnato e infreddolito si doveva suo malgrado incamminare nel bosco delle “Ciulìere” per raccogliere fruttini. I suoi fratelli erano tutti più grandi e più svelti, fare una buona raccolta era anche una questione di velocità: bisognava arrivare nei posti migliori prima degli altri (e tutto il paese in quei giorni saliva sulle montagne). In un battibaleno Gino era solo. Lasciato indietro nella frenetica, faticosa “corsa ai mirtilli”… Un bambino piccolo da solo, al buio, in un bosco: sembra l’incipit delle peggiori “fiabe popolari”, quelle raccolte da Calvino che finiscono tutte malissimo come un horror da veglia nella stalla. Eppure non erano né il bosco, né la notte a fargli paura. Le due cose che più temeva al mondo erano le vipere e i temporali. Le une insidie invisibili e mortali della macchia ombrosa, gli altri eventi metereologici imprevedibili e letali, ancor più a fine giornata quando si era ormai sui pendii più liberi ed esposti. Insomma, non c’era proprio niente da stare allegri, tanto più che il secchiellino dei mirtilli andava comunque riempito, e che la sera a casa la mamma aspettava i soldi della raccolta. Lo strattagemma di Ginetto per non farsi sopraffare del terrore era uno solo: affidarsi anima e corpo alla Madonnina del Colletto. Ogni giornata di raccolta cominciava guardano lassù a “la Madono” (all’epoca la chiesa era ben visibile anche dal paese). E quella specie di ingenua preghierina proseguiva per tutta la giornata, man mano che si inoltrava nelle faggete, salendo sui sentieri, passando accanto ai grandi alberi (aveva dato un nome a ognuno e ogni giorno li salutava tutti). La stessa chiesetta del Colletto, con il suo campanile bianco, era per lui un punto di riferimento per orientarsi, e anche un porto sicuro cui ricorrere in caso di maltempo: raccontava sempre di essersi miracolosamente riparato sotto il portico della Chiesa mentre infuriava un temporale devastante, e acquattato lì sotto, aprendo gli occhi tra il fragore dei tuoni, di aver visto un fulmine incendiare un gigantesco albero proprio davanti a lui.

Ogni volta che mio papà raccontava qualcosa di quei “giorni dei mirtilli” concludeva dicendo che in fondo gli era andata sempre bene: non era mai stato morsicato da una vipera, non era caduto tra i sassi, e non era neanche stato colpito da un fulmine. Forse la Madonna della Neve ha tenuto davvero quel bimbo, come molti altri piccoli valdieresi, sotto il suo mantello…non a caso per tutta la vita è sempre stato legato a questo luogo prodigandosi con affetto nel mantenerlo vivo (negli anni ‘60 era uno dei trattoristi che hanno portato pazientemente al Colletto la sabbia per il restauro della muratura, poi sino al 1998 è stato uno dei massari della festa della prima domenica di agosto, che animava con “giochi popolari” curiosi e divertenti). Quanto ai frutti di bosco ha fatto in modo che non mancassero mai sulla nostra tavola, anche preferiva di gran lunga coltivarli comodamente nell’orto, che “vagare tra i cespugli” del sottobosco per raccoglierli…

Trainata forse dalla raccolta della lavanda, la raccolta dei piccoli frutti di bosco (e anche di numerose altre erbe spontanee officinali) ha avuto un’importanza rilevante per una cinquantina di anni (1900-1950 circa) tra le attività economiche della Valle Gesso. I frutti del sottobosco, raccolti all’alba, erano portati in paese in giornata, dove venivano ritirati immediatamente da commercianti all’ingrosso (sembra che i piccoli frutti della Valle Gesso fossero destinati sia all’industria cosmetica che a quella alimentare – sciroppi, conserve, confetture). Con gli anni ’60 la raccolta sistematica per la vendita è tramontata definitivamente, soppiantata da pregiate coltivazioni di piccoli frutti nelle zone pianeggianti della Valle (visto il clima delle Alpi Marittime la produzione è tardiva e particolarmente apprezzata per avere i rinomati “frutti di bosco” nel cuore dell’estate, quando in pianura la stagione di raccolta si è già conclusa). Finito lo sfruttamento intensivo del sottobosco, la raccolta è rimasta una sporadica attività famigliare finalizzata alla realizzazione di preparati casalinghi; in particolare a Valdieri si realizzavano due fermentati molto interessanti: vino e aceto di muriùn (mirtilli)… Oltre naturalmente alle conserve: i mirtilli in “burnìa” con zuccheo o grappa (arbarella: vasi di vetro con guarnizione in gomma, preferibilmente francesi di marca “Le Parfait”), le confetture, o i classici liquorini di lampone o mora (tipo “Ratafià”).


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