
Cari bacucchini, come faccio più o meno ogni autunno anche quest’anno condivido con voi un bel racconto popolare a tema masche, diavoli&C. perfettamente in linea con la giornata di oggi, il clima uggioso, il caminetto acceso e tutto l’immaginario di creature piemontesi che si animava con grazia nelle notti fredde intorno ad un lume a petrolio. Questa volta ho messo per scritto una storia che appartiene alla famiglia di mio marito da almeno tre generazioni: l’autore sembra essere Pietro d’Mairan (classe 1886), marito della mitica Orsolina che avete già conosciuto qui per le sue ricette (qui e qui i suoi piatti). Io ho potuto ascoltarla dal figlio di Pietro, Teresio (classe 1933) che la ricordava le recite dal padre come i momenti più esilaranti e al contempo orrorifici della sua felice infanzia di bambino di campagna. Al momento (novembre 2026) non ho trovato “le sette mule grigie” in alcuna pubblicazione sull’argomento da me consultata, però mi sembra che questa storia di masche e di vino del giorno dei Morti a Corneliano d’Alba abbia tutte le carte in regola per rientrare in quelle “storie di paura” con scopo didattico/terrorizzante (cfr questo mio post dove parlo del libro di Marco Aime “Il lato selvatico del tempo” che fornisce un’utile struttura interpretativa delle “Storie di masche piemontesi”). Prima che il tempo inghiotta per sempre questo curioso monito ancestrale sul rispetto dei “giorni di marca” e delle povere Anime del Purgatorio, la metto in salvo qui sul #betullablog affinché qualche sparuto e sperduto lettore la legga aiutandomi a conservare la memoria.



LE SETTE MULE GRIGIE
Una storia di masche e di vino del giorno dei morti nel Roero
A Corneliano d’Alba, da sempre, il 2 Novembre era una giornata interamente dedicata alla commemorazione dei defunti. Non solo si sospendevano tutti i lavori in campagna, ma le persone evitavano anche di uscire di casa, e di bighellonare per il paese perdendosi in chiacchiere per strada (attività particolarmente cara ai compaesani tanto da meritarsi nei dintorni il perfido, ma calzante, soprannome di “ciaciarèt – ovvero “chiacchierini”). Certo si andava in chiesa per assistere a una delle tre messe in suffragio dei defunti, o al cimitero per pregare recitando 7 ave, 7 pater e 7 gloria, ma subito si rientrava a casa rispettando il clima di raccoglimento e mestizia che aleggiava ovunque. Non si trattava semplicemente di attenersi ad un fervido sentimento religioso, oltre a questo, la credenza popolare diceva che il 2 Novembre le anime del Purgatorio vagassero libere sulla terra, e avrebbero punito qualunque cristiano trovato a girovagare con troppa allegria.
Nonostante questo un 2 Novembre di moltissimi anni fa Barba Bertu (nome di fantasia) decise di gettare alle ortiche il suo animo pio e la buona creanza per mettersi in viaggio. La paura lo teneva sveglio da diverse notti, e il clima uggioso alimentava la voglia di starsene in casa al caldo, ma lui non poteva proprio venir meno agli accordi presi mesi e mesi prima con acquirenti importantissimi. Il giorno dei morti sarebbe stata l’ultima data utile per consegnare una grossa partita di Nebbiolo ordinata addirittura dal Castello di Racconigi per la mensa reale.
Si malediceva da solo, per non esserci andato prima, per il maltempo durato settimane, per gli intralci dell’ultima, faticosa, vendemmia, e anche per tutte le volte che era andato all’osteria a cantarne una e a berne tre invece di curare meglio i suoi affari. Ma ormai era tardi per piangersi addosso: la parola data non poteva certo essere rimangiata. In fondo quanti erano che potevano vantarsi di essere fornitori della Real casa? Per di più a Corneliano, paese vocato alla coltivazione della frutta più che della vite. Bisognava trovare il coraggio di andare, pensando più ai soldi e all’onore che alle superstizioni.
Non albeggiava ancora che Barba Bertu era già nella stalla a caricare il suo carretto con le damigiane colme di nebbiolo. Ci aveva anche fatto colazione con quel buon vino, ma la giornata fredda e impegnativa che aveva davanti si meritava un sostegno eccezionale. Attaccata la fidata mula alle sbarre del carro era pronto a partire. Ma aperto il portone della stalla per uscire, gli sembrò di vedere dei piccoli fuochi fatui danzare in cortile. «Impossibile!» si disse. «È solo la mia immaginazione suggestionata dalla notte insonne, dai “sagrin” e dagli scherzi del lanternino in questo gelido mattino senza sole».
Barba Bertu si passò il dorso della mano sugli occhi come per allontanare quelle brutte fantasie. Poi si mise il tabarro pesante, calzò il cappello e seduto a cassetta sul suo birocc partì. Attraversò il paese senza incontrare anima viva. Solo in lontananza, verso le colline, si sentiva stridere qualche uccello. Ma ad ogni verso Barba Bertu trasaliva, come se quei suoni sgraziati fossero una spezie di monito contro la sua baldanza. Un pensiero fisso gli pesava sul petto: «Le anime del Purgatorio non son contente».
Appena fuori dal paese, accanto al cimitero vide di nuovo dei fuochi fatui. Questa volta quella che aveva accanto al carro era davvero una processione di fiammelle lievi e azzurrognole. Non era un abbaglio, e non bastava stropicciare gli occhi per fare sparire tutto. Forse erano le anime del purgatorio che manifestavano il loro disappunto. Barba Bertu diede una rapida occhiata alle damigiane piene dietro alle sue spalle, sollevò il naso dal bavero del mantello e fece un gran respiro. Il freddo umido nel naso, e poi giù nei polmoni sul petto, allontanò ogni tentennamento, insieme all’idea fisso del lauto compenso che lo aspettava. La mula non sembrava aver visto nulla, e proseguiva con il suo passo cadenzato, mentre lui, dopo una breve supplica a quelle misere anime, già si perdeva a fantasticare su come avrebbe raccontato questa sua impresa agli amici. Un vino da Re era ben degno di una piccola grande avventura no?
Dopo il cimitero, in località Centanito un incrocio segnava la fine del territorio di Corneliano: dritto in via Tre Rii, per Canale, girando a sinistra per Baldissero. Una volta attraversato il ponte in direzione di Baldissero Barba Bertu avrebbe davvero iniziato il suo viaggio, e magari, pensava, si sarebbe anche allontanato da quelle sensazioni oscure che sembravano tormentarlo sin dalla notte precedente. L’incrocio però sembrava non arrivare mai, forse era anche colpa del cielo basso e della foschia che si faceva via via più densa. Il silenzio era irreale e anche le ruote del carro producevano un suono come ovattato. La mula si fermò di colpo. Barba Bertu cominciava ad averne le tasche piene di questa consegna, così pensò di alzarsi in piedi e tuonare: «Anime del purgatorio, se mi sentite lasciatemi proseguire!». Poi assestò una bella frustata alla mula, rendendosi però conto che la voce era uscita smorzata dalla sua bocca, e anche la frustata non aveva sortito un grande effetto. All’altezza del ponte la nebbia era ormai fittissima. La mula si fermò di nuovo. Di colpo, come se avesse un ostacolo davanti. Lui però non vedeva proprio nulla nella nebbia oltre alle orecchie della povera bestia. Eppure doveva esserci qualcosa là davanti, se neanche le frustate la facevano proseguire. Sotto sotto lo sapeva bene che erano di nuovo loro: le anime del Purgatorio. Barba Bertu si portò la mano intorno alla bocca, come per urlare più forte e gridò: «Anime del purgatorio, siete voi?». Poi sollevò la lanterna per scrutare meglio nella nebbia. Improvvisamente si rese conto che il carretto era circondato da ben sette mule grigie, che gli sbarravano la strada proprio sul ponte. Poteva vedere benissimo i loro occhi neri, grandi e lucidi che lo fissavano come con rimprovero. Eppure era tutto immobile, e stranamente silenzioso. Barba Bertu urlò a pieni polmoni: «Anime del purgatorio, ve lo chiedo per l’ultima volta: fatemi passare! È per il Re!». Ma nulla si mosse, compresa la sua mula che pareva pietrificata davanti al carretto. Barba Bertu si avvolse rapidamente la frusta al polso, e facendo appello all’ultima briciola di coraggio che aveva in corpo colpì con il manico della frusta la mula grigia che aveva più vicina. Partì una gran fiammata, la nebbia si accese di una luce gialla, poi rossa. Il fuoco sembrava aver fatto sparire improvvisamente le misteriose mule grigie, e anche la frusta della quale non rimaneva che un pezzetto di corda sfilacciata e bruciacchiata nella mano di Barba Bertu. Proprio guardando quella corda ancora fumante il pover’uomo sussultò improvvisamente come risvegliato da un incubo. «Al diavolo il Re e il suo vino!» disse alla sua vecchia mula. Girò il carretto e lesto lesto se ne tornò a casa.
Di certo quella volta il Re rimase senza vino, Barba Bertu capì che l’ira delle anime del Purgatorio non valeva quanto i soldi di un bel commercio, o forse, come malignamente suggerivano a mezze parole i Ciaciaret del paese l’unico modo per incontrare sette mule grigie sul ponte verso Baldissero è bersi tutto il vino di un Re.
Racconto che Pietro d’Mairan (classe 1886) recitava con enfasi teatrale ai suoi cari bambini o nelle serate di veglia.

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